2) Schelling. Dal finalismo per arrivare all'unit fra Spirito e
Natura .

Secondo Schelling il finalismo non pu essere ricondotto al
meccanicismo. Esso pone dei problemi che solo una filosofia che
unisca lo spirito con la materia pu pensare di risolvere.
F. W. J. Schelling, Primo abbozzo di un sistema della filosofia
della natura, Introduzione (pagine 422-423).

Ora, il meccanicismo  per lungi dal costituire da solo la
natura. Infatti non appena entriamo nel campo della natura
organica ogni collegamento meccanico di causa ed effetto vien
meno. Ogni prodotto organico sussiste per s stesso, la sua
esistenza non dipende da nessun'altra esistenza. Ora, la causa non
 per mai identica all'effetto: un rapporto di causa ed effetto 
possibile solo fra cose affatto diverse. L'organismo, invece,
produce s stesso, scaturisce da s stesso: ogni singola pianta
non  che il prodotto di un individuo della sua specie, e cos
ogni singolo organismo produce e riproduce all'infinito soltanto
il proprio genere [_].
Soltanto nell'essere organizzato le parti sono reali; ed esistono
senza il mio intervento, poich tra esse e il tutto v' un
rapporto oggettivo. A fondamento di ogni organismo sta quindi un
concetto, giacch l dove vi  relazione necessaria del tutto con
le parti e delle parti col tutto, ivi c' il concetto. Ma questo
concetto abita nell'organismo stesso, e non ne pu venir separato:
l'organismo organizza s stesso, e non  soltanto un'opera
dell'arte, il cui concetto si trova fuori di essa, nella mente
dell'artista. Non solo la forma, ma anche l' esistenza
dell'organismo  conforme a scopi. Esso non potrebbe organizzarsi
se non fosse gi organizzato [_].
Ogni organismo  dunque un tutto: la sua unit si trova in lui
stesso, e non dipende dal nostro arbitrio pensarlo come un'unit o
come una molteplicit. Il rapporto di causa ed effetto  qualcosa
di transitorio, di dileguante, mera apparenza, nel senso comune
del termine. L'organismo invece non  mera apparenza, ma esso
stesso oggetto, e pi precisamente un oggetto sussistente di per
s stesso, in s stesso intero ed indivisibile; e poich in esso
la forma  inseparabile dalla materia, l' origine di un organismo
in quanto tale non  pi spiegabile meccanicisticamente di quanto
non lo sia l'origine della materia stessa.
Qualora dunque si debba spiegare il finalismo dei prodotti
organici, il dogmatico si vede del tutto abbandonato dal suo
sistema. Qui non giova pi a nulla separare a nostro piacimento
concetto e oggetto, forma e materia. Infatti per lo meno qui l'una
cosa e l'altra non sono unite nella nostra rappresentazione, ma lo
sono gi originariamente e necessariamente nell' oggetto [_].
La prima cosa, dunque, che voi ammettete  questa: ogni concetto
di finalismo pu sorgere soltanto in un intelletto, e solo in
relazione ad un tale intelletto una cosa pu esser definita
conforme a scopi.
Egualmente siete non meno costretti ad ammettere che il finalismo
dei prodotti naturali risiede in essi stessi, che esso  oggettivo
e reale, che dunque non appartiene alle vostre rappresentazioni
arbitrarie, ma a quelle necessarie. Siete infatti in grado di
distinguere molto bene ci che nelle connessioni dei vostri
concetti  arbitrario e ci che  necessario. Ogni volta che
raccogliete in un'unit numerica cose che sono separate dallo
spazio, voi agite affatto liberamente; l'unit che conferite loro,
non fate che trasferirvela dai vostri pensieri; nelle cose stesse
non vi  ragione alcuna che vi necessiti a pensarle come un'unit.
Ma del fatto che pensate ogni pianta come un individuo in cui
tutto cospira ad un unico scopo, dovete cercare la ragione nella
cosa fuori di voi: vi sentite necessitati nel vostro giudizio, e
dovete quindi ammettere che l'unit con cui pensate ci non 
soltanto logica (soltanto nei vostri pensieri), ma reale
(effettiva fuori di voi).
Vi si chiede ora di rispondere a questa domanda: come avviene che
un'idea, la quale evidentemente non pu esistere che in voi e
perci avere realt soltanto in relazione a voi, debba
ciononostante venir intuita e rappresentata da voi stessi come
reale fuori di voi?_.
Questa filosofia deve dunque ammettere che nella natura ci sia uno
sviluppo di gradi della vita, che anche nella materia meramente
organizzata ci sia vita, solo una vita di specie limitata.
Quest'idea  cos antica, e nelle pi varie forme si  mantenuta
fino ad oggi cos costantemente (gi nei tempi pi antichi si
riteneva che tutto quanto l'universo fosse compenetrato da un
principio vivificante detto anima del mondo, e la pi recente
epoca di Leibniz assegn ad ogni pianta la sua anima), che si pu
a ragione presumere che nello stesso spirito umano si trovi una
qualche ragione di questa credenza sulla natura. E cos stanno
veramente le cose. Tutto il fascino che circonda il problema
dell'origine dei corpi organici dipende dal fatto che in queste
cose necessit e contingenza sono intimamente unite. La necessit,
perch la loro stessa esistenza, e non solo (come nell'opera
d'arte) la loro forma,  conforme a scopi; la contingenza, perch
questa conformit a scopi  reale soltanto per un essere che
intuisca e che rifletta. Da ci lo spirito umano fu sin
dall'antichit condotto all'idea di una materia organizzante s
stessa, ed essendo l'organismo rappresentabile soltanto in
relazione ad uno spirito, all'idea di un'unione originaria dello
spirito e della materia in queste cose. Esso si vide necessitato a
cercare la ragione di queste cose per un verso nella natura
stessa, e per l'altro in un principio superiore alla natura, e
perci pervenne assai per tempo a pensare spirito e natura come
un'unit. Qui per la prima volta si fece innanzi dalla sua sacra
oscurit quell'essenza ideale in cui esso pensa come una sola
unit concetto e atto, progetto ed esecuzione. Qui per la prima
volta l'uomo fu colto da un presentimento della sua propria
natura, nella quale intuizione e concetto, forma e oggetto, ideale
e reale sono originariamente una sola e medesima cosa. Di qui il
particolare mistero che avvolge questi problemi: un mistero che la
filosofia meramente riflessiva, mirante solo alla separazione, non
 mai in grado di svelare, mentre la pura intuizione, o piuttosto
l'immaginazione creatrice, ha ormai da lungo tempo scoperto il
linguaggio simbolico, che basta interpretare per accorgersi che la
natura parla tanto pi intelligibilmente quanto meno la si pensa
in maniera meramente riflessiva.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciottesimo, pagine 92-94.
